Le gravi difficoltà che stanno investendo l'industria
automobilistica italiano non nascono certo negli ultimi mesi o settimane.
Per capire perché la Fiat sia stata recentemente indotta ad avanzare
al Governo la richiesta dello stato di crisi della società, a
cui si connette il forte rischio della stabilità occupazionale
per migliaia di lavoratori, è importante per rapidi flash ricostruire
le vicende del comparto automobilistico negli ultimi anni e i suoi riflesso
sull'azienda torinese.
Fiat
in affanno sul mercato europeo
.
Innanzitutto va detto che, dopo la forte crescita registrata nella seconda
metà degli anni novanta, il mercato europeo dell'automobile ha
subito dallo scorso anno una contrazione significativa, più marcata
in Italia. Basti dire che nel periodo gennaio-settembre dell'anno in
corso, le immatricolazioni di nuove autovetture sono diminuite in Europa
del 3,7 per cento, mentre in Italia del 10,7. Il gruppo FIAT è
il produttore che ha subito sul mercato europeo la maggiore contrazione
delle vendite, pari, secondo i dati dell'ACEA, al 18,2 per cento; Volkswagen
ha registrato una diminuzione del 6,4; Renault del 2,6; Ford del 2,2
per cento. Si sono mosse in controtendenza, invece, con incrementi la
Peugeot-Citroën (1,2 per cento) e la Toyota (14 per cento). In
termini di quote di mercato, il gruppo Volkswagen ha raggiunto nel 2001
circa il 19 per cento. Il gruppo francese PSA (Peugeot-Citroën)
sta consolidando la posizione di secondo principale venditore di auto
nel continente, con una quota di oltre il 14 per cento.
L'inesorabile
erosione di quote di mercato del marchio Fiat
.
La parabola discendente della Fiat ha cominciato a prodursi negli anni
novanta e non accenna ancora ad arrestarsi. Più in particolare
fino ai primi anni del decennio scorso la FIAT Auto era il secondo gruppo
in Europa, con una quota del 14-15 per cento del mercato; nel 1997 si
attestava all'11,8 per cento, scendendo ulteriormente al 9,6 nel 2001.
Questa perdita di quote di mercato è stata particolarmente grave
sul mercato italiano, il secondo in Europa per numero di vetture immatricolate,
dove si è registrata una drastica contrazione: alla metà
degli anni ottanta la quota dei marchi FIAT, Lancia e Alfa Romeo sul
mercato nazionale era prossima al 60 per cento; nel 1995 è scesa
al 45,4 e l'anno scorso si è collocata al di sotto del 35 per
cento. Dati che si commentano da soli.
L'aumento della concorrenza nel segmento delle utilitarie ha eroso il
tradizionale bacino di clienti; contemporaneamente non si è accresciuta
in misura significativa la presenza nei segmenti di mercato più
redditizi. La strategia di diversificazione geografica di FIAT Auto,
finalizzata anche alla produzione di una vettura per i mercati emergenti
(world car), ha richiesto forti investimenti diretti all'estero, particolarmente
rilevanti verso paesi (Argentina, Brasile, Polonia, Turchia) che negli
ultimi anni malauguratamente sono stati colpiti da acute crisi economiche.
L'intesa
con GM: una svolta positiva o l'inizio della fine?
Nel 2000 il gruppo FIAT ha firmato un accordo con la General Motors,
in base al quale è stata costituita una nuova società
di diritto olandese, la FIAT Auto Holdings B.V., a cui sono state conferite
le attività industriali e commerciali del comparto automobilistico
FIAT. In seguito a tale operazione si è proceduto ad un scambio
azionario nei seguenti termini: il 20 per cento del capitale della nuova
società è stato sottoscritto da General Motors, per un
valore di 2,4 miliardi di dollari USA; mentre per un pari importo il
gruppo FIAT ha rilevato una quota del capitale General Motors corrispondente
a circa il 6 per cento. L'accordo ha previsto anche un'opzione a vendere
l'intera quota del gruppo FIAT nella FIAT Auto Holdings B.V. a partire
dal 2004 e per i 5 anni e mezzo successivi, ad un fair market value
calcolato da primari istituti bancari internazionali.
Bilancio
del gruppo Fiat: alla resa dei conti
.
Veniamo adesso ad alcuni recenti dati di bilancio del gruppo Fiat, che
ci fanno capire come è maturata la decisione di varare un doloroso
piano industriale per il settore auto. Nel 2001 il fatturato consolidato
del gruppo FIAT (58 miliardi di euro) era cresciuto lievemente rispetto
al 2000 (0,8 per cento); secondo la Relazione sul terzo trimestre, nei
primi nove mesi del 2002 il fatturato consolidato è sceso del
5,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2001, per effetto soprattutto
della contrazione registrata dal settore auto (-12,3 per cento) e dalla
componentistica (-22,8). Il peggioramento della redditività nei
primi nove mesi dell'anno è dovuto alle forti perdite operative
della controllata FIAT Auto Holding B.V., pari a 1.163 milioni di euro;
il risultato netto consolidato del gruppo è stato negativo per
976 milioni di euro. Nel dicembre del 2001 il Consiglio di amministrazione
del gruppo FIAT annunciava, pertanto, un piano di ristrutturazione che
prevedeva: la razionalizzazione o chiusura di 18 stabilimenti produttivi
(due in Italia e 16 all'estero), con una riduzione di organico di 6.000
lavoratori, tutti addetti a unità estere; un aumento di capitale
per 1 miliardo di euro da eseguire nel 2002; l'emissione di un prestito
obbligazionario quinquennale, collocato nel dicembre 2001, per 2,2 miliardi
di dollari USA, garantito dalla FIAT e convertibile in azioni General
Motors; la riorganizzazione della FIAT Auto in quattro unità
indipendenti (Fiat-Lancia; Alfa Romeo; Sviluppi internazionali e Servizi).
Le banche creditrici hanno sottoposto le emergenti difficoltà
del gruppo FIAT a un approfondito esame.
Il piano
industriale della discordia
Finalmente a maggio del 2002 è stato definito un programma con
l'obiettivo del risanamento finanziario del gruppo, anche attraverso
il consolidamento dei debiti a breve. Va precisato che l'esposizione
del sistema bancario italiano nei confronti del gruppo FIAT rientra
nei limiti posti dalle norme di Vigilanza, di derivazione comunitaria,
volte a contenere la concentrazione dei rischi. L'ammontare dei crediti
in essere verso il gruppo è coperto dalle attività di
quest'ultimo. Al rilevante esborso finanziario operato dalle banche
si accompagnava, evidentemente, da parte di quest'ultime la richiesta
di garanzie per la restituzione del capitale prestato e relativo servizio
del debito. In altri termini, una serie di impegni di cui doveva farsi
carico l'azienda. Una 'condicio sine qua non' derivante dalle deludenti
performance degli ultimi anni, che consigliavano agli istituti di credito
di vincolare l'erogazione del prestito ad alcune precise condizioni.
Da qui nasce la decisione da parte della Fiat di presentare il 9 ottobre
2002 un nuovo piano di riassetto delle attività automobilistiche
del gruppo in Italia e, il 31 ottobre, la richiesta al governo di dichiarare
lo stato di crisi. Nel piano è ipotizzato, tra l'altro, il ricorso
alla Cassa integrazione straordinaria a zero ore per 7.608 dipendenti
e la mobilità ordinaria per altri 458 dipendenti. È cronaca
di questi giorni la difficile trattativa tra Governo e parti sociali
per una definizione della vicenda con forti contrapposizioni fra top
management Fiat, che difende il suo piano industriale ancorché
modificato in alcune parti, e il sindacato che, invece, chiede un nuovo
piano e il fattivo intervento del Governo in un'ottica di credibile
rilancio dell'azienda torinese.
Il peso
della Fiat sull'Azienda Italia
..
Concludiamo questo breve excursus con alcuni interessanti dati su cosa
rappresenti Fiat auto, in senso lato, per il Paese. Il numero totale
di occupati nella FIAT Auto Holdings B.V. ammontava a fine 2001 a poco
più di 55.000 persone, di cui circa 36.500 in Italia. Ipotizzando
che il prodotto per occupato di quell'azienda sia pari alla produttività
media annua del settore "mezzi di trasporto" quale risulta
nei conti nazionali italiani (49mila euro nel 2001), il contributo al
PIL italiano sarebbe stimabile fra lo 0,1 e lo 0,2 per cento. Tenendo
conto però dell'indotto, valutabile fra gli 80.000 e i 140.000
addetti, la stima del peso sul PIL andrebbe complessivamente portata
allo 0,4-0,6 per cento.